tutte le distanze

quanto costa una dimenticanza? qual è il prezzo di una distrazione? il rapporto tra una persona e la sua memoria è direttamente proporzionale alla distanza tra il suo cuore e la sua mente.
la distanza tra due persone si affossa in maniera inversamente proporzionale agli sforzi fatti da entrambe le parti per tenere teso il filo che le lega.

le ho imputato il mio volo zoppo. lei è il mio pretesto. è causa, e motivo.

non tutto quello che è affetto luccica. luccicano anche le buone intenzioni, i grazie, i piccoli gesti, ma non bastano a colmare una distanza che scava e che fa male. i sorrisi si congelano in volto e da mani fredde non può uscire il calore. perciò, nel libro di donatella di pietrantonio “mia madre è un fiume”, l’acqua scorre lenta a plasmarsi sulle pietre che sono i ricordi, per poi smussarle a sua volta, come si smussano i ricordi.

sono stanca di lei. di portarne i segni nella vita. non mi sono liberata. lascio che mi occupi, ancora. che m’infesti.
reagisco e perdo tempo. continuo a girare in tondo senza trovare la via di uscita dalla sua orbita verso altri mondi.
vado invecchiando, in questa immaturità.

ho presentato il suo libro alla libreria coop di san giovanni teatino lo scorso 10 marzo. ero soprattutto curiosa di guardare in viso questa donna che dalle pagine usciva così coraggiosa, così impudente, così stanca di non chiamare le cose con il loro nome che non se ne risparmia più uno.
come sarà mettere a parte il mondo del proprio rancore, mi chiedevo, e poi al mondo esporsi senza maschere? come un attore alla fine dello spettacolo.

mi manca la grazia, la leggerezza. la zavorra mi tiene a terra, i denti stridono sulle maglie della catena.

bè la risposta, da una signora minuta, sorridente e terribilmente timida, che sui libri usa solo la matita, è arrivata come una secchiata d’acqua: “non confondere l’io narrante con il narratore”. meno male che non ci ha sentite la mia prof di letteratura italiana, io che mi ritenevo così brava a scovare queste tecniche. e invece la di pietrantonio mi ha infinocchiata per bene, e mi ha tenuta per due terzi del libro convinta che quella fosse la storia della sua vita.

ora posso dirle tutto di noi, senza pietà. poi dimenticherebbe. le infliggerei una ferita effimera.

il fatto è che l’abruzzo montano, quello che si prostra ai piedi del gran sasso, è vero e presente in tutta la sua eleganza ruvida e corrucciata, mentre le distanze tra una madre e una figlia si allargano a dismisura creando abissi nel cuore. fino a quando la malattia che mangia il cervello della madre non costringe la figlia a provare a tessere un ponte di (ri)corda. impossibile non lasciarsi trarre in inganno.

vuoi che ti racconti tutto dal principio, adesso. comincio subito, mi trovo qui per questo.

il dolore è accarezzato così da vicino, con le mani raspose di chi ha lavorato la terra, che non si viene sfiorati nemmeno dal dubbio se quello che viene narrato sia vero o meno. il percorso è talmente reale, che l’unica domanda che sorge è quella che è stata fatta alla presentazione: come ha superato questa distanza, signora?
perchè tutti abbiamo delle distanze che vorremmo superare.

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