il contrappeso

ultimamente mi trovo a chiedere ad alexa di ascoltare i depeche mode. lancio la richiesta come un lazo o un incantesimo, con noncuranza, mentre attraverso la sala con una bacinella piena di panni o metto la pentola sul fuoco. 
sono subito negli anni novanta. mi trovo nella stanza di julia durante lo scambio classi a worms e penso a una cotta lontana. poi c’è la mia compagna di banco, il nostro rigore, il bisogno di decodificare gli altri. il mio abito per il diciottesimo, lo scialle nero. gli album edizione speciale, i programmi per seguire il tour in italia, beati voi che i vostri genitori vi lasciano andare, io non provo nemmeno a chiedere.
i depeche mode sono abisso e sensualità, riscatto e condanna. sono finitudine e infinito, spirito e viscere.
ma dov’ero, io, nei depeche mode? mi sono chiesta in questi giorni. perché li sto ascoltando? dove sono, nei depeche mode?

non ci sono. non ci sono mai stata.

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8 marzo

si è creata una coincidenza buffa con le mie letture. ho finito ieri di ascoltare “niente di vero” di veronica raimo, ho iniziato oggi “dalla parte di lei” di alba de cespedes. il primo è un libro appena uscito, il secondo lo voglio leggere da almeno due mesi. la coincidenza buffa è che entrambi sono scritti in prima persona, ed entrambi iniziano con il racconto di una presenza ingombrante. il fratello.

una coincidenza che trovo ancora più buffa è che alba de cespedes, che sto amando, viene inserita nel filone di autrici italiane considerate protofemministe ma apparentemente passate di moda. lo trovo buffo perché è per caso che l’ho iniziato proprio oggi, #8marzo (non ditelo a maristella lippolis, perché in teoria dovrei raccontare il libro dopodomani al gdl della primo moroni), e perché oggi a scuola tutti mi fanno gli auguri. un prof ha portato i cioccolatini e ogni volta che qualcuno vede una donna le fa gli auguri. gli uomini alle donne, le donne alle donne, si fanno gli auguri. sono persino spuntate fuori ffp2 gialle. io penso ad alba de cespedes, a laudomia bonanni, ad anais nin, a simone de beauvoir, poi al filone della letteratura afroamericana, e ancora al nuovo filone della letteratura sui nativi americani. minoranze, minoranze, minoranze.

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il nuovo

mi aveva detto che i fiorellini dello stelo reciso di curcuma non si sarebbero aperti. che spreco, ho risposto, che fuochi d’artificio sarebbero stati. l’ho preso lo stesso.

dopo dieci giorni alcuni petali non sono più croccanti; la punta di diverse foglie è avvizzita. è quasi un fiore da sostituire, un’amicizia che si sfrangia, un amore che comincia a dubitare. 

ho guardato meglio e quell’affidarsi che mi era stato detto impossibile era invece realtà: un bocciolo era affacciato dal suo alveolo con fiducia ignorante.

io lo guardavo e dovevo decidere se tenerlo o buttarlo. lui mi guardava e non immaginava che stessi definendo la sua vita e la sua morte.

praticamente ero dio.

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come un incantesimo

ho sempre pensato che il papavero fosse un fiore molto simbolico e vanesio. dicevo guarda come spicca in mezzo al campo, eppure se lo cogli ti imbroglia: non profuma, non regge il passaggio nel vaso, anzi quasi non si regge da solo.

si impettisce in mezzo alla paglia, sembra dirti guardami, prendi me prendi me e invece poi è un bluff, si sfalda.

la settimana scorsa ho comprato un lilium per il tavolo della mia cucina. bianco, l’ho preso. “tolgo il pistillo?”, mi ha chiesto la fioraia. ho fatto lasciare il pistillo. “il pistillo sporca”, mi ha avvisato. ma non sapevo che seminasse una specie di polvere sui suoi stessi petali, quelli tanto bianchi da dargli il nome.

il lilium si contamina da solo. è come se le lacrime che piangiamo ci segnassero tutto il viso.

il male germina da noi stessi, mi sono detta, e non possiamo farci niente.

“questo fiore dura”, mi è stato detto. e in effetti per diversi giorni la sua bellezza è stata piena e coraggiosa, eretta e fiera. si è anche dischiusa la terza corolla e il lilium è rimasto gonfio e orgoglioso al centro del mio tavolo.

poi ha ceduto di colpo.

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siamo tornati

e insomma al cinema c’è questo spot all star per la campagna #SoloAlCinema che viene trasmesso alla fine delle pubblicità, con questi due ragazzi che vanno al cinema (appunto) e incontrano i più noti attori e registi italiani a fare la fila, a passare lo straccio, a strappare il biglietto, proiettare il film. i due ragazzi sono piuttosto buffi mentre sgranano gli occhi e non ci possono credere di avere davanti pierfrancesco favino, elio germano o giulia michelini.

vederli lì tutti insieme fa bene anche a te che li guardi, perché insieme ai loro visi ti passano davanti agli occhi tutti i film in cui li hai visti e in cui a volte ti sei rivista anche tu, e pensi a quando gli ingressi e le uscite non erano segnalati dai separatori, l’unico problema di una stanza piena di gente era il troppo caldo, la sola prenotazione che non potevi dimenticare era al ristorante il sabato sera. pensi alle persone con cui hai visto un loro film, a quelle con cui ne hai parlato o alle citazioni che hai riproposto negli anni e ti sembra di aver percorso una distanza astrale.

e insomma alla fine arriva vittoria puccini che accompagna i ragazzi a sedere e lui le chiede ma che succede? e lei:

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cose senza importanza

ogni tanto, di sera, per un odore o un movimento che mi coglie di nascosto, io sono per un attimo altrove.

è una notte d’estate di due o tre anni fa e cammino per il corso di giulianova tra gli stand del mercatino. spingo il passeggino e c’è mia madre, con me. c’è calca: a tratti una delle due resta indietro, poi raggiunge l’altra. mi fermo da un produttore d’olio, compro una bottiglia piccola “per assaggiare”.

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