quello stacco sulla piazza

l’ho seguito quasi per caso e solo perché me lo ha chiesto mia madre. mi ha telefonato apposta per assicurarsi che assistessi all’indulgenza plenaria, ho voluto rispettare un evento che per lei sembrava così importante.

l’ho ascoltato con in pancia l’ammirazione e la simpatia che la visione del film “i due papi” ha rafforzato in me.
l’ho ascoltato, ho pensato, l’ho compreso. lui parlava e parlava, solenne, istituzionale. mi piaceva quello che diceva.

poi, quello stacco sulla piazza.

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la prossemica sarà un concetto da reinventare

inizieremo a portarci i libri. i giornali, i freepress, i romanzi tascabili. inizieremo a considerare la spesa come un tempo fisso da dover far passare, il nostro viaggio in metropolitana. non basteranno i telefonini, nè le conversazioni che interromperemo perché dobbiamo urlarcele a un metro di distanza, facendo sapere a tutti che nostra figlia è stata interrogata stamattina nella classe virtuale. non basteranno lo scenario surreale delle saracinesche abbassate, la musica che va in filodiffusione poco convinta per coprire il nostro silenzio surreale, i cartelli Ci scusiamo per il disagio. non basteranno le sedie a rovescio sui tavoli, nè i guanti di gomma o i carrelli semivuoti di una spesa andata a fare – anche in coppia – pur di uscire di casa.
i visi fasciati in maniera ingombrante, la riorganizzazione straniante dei ritmi e degli spazi.
avremo quasi paura della normalità. e la prossemica sarà un concetto da reinventare.

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di stelle e desideri

in italiano pare esserci più poesia nel desiderio che nella sua soddisfazione.

ormai sappiamo tutti che l’origine latina della parola desiderio risiede nel cielo. il prefisso de- ha a che fare con la privazione e la parola sidus significa stella. chi desidera qualcosa sente, fondamentalmente, la mancanza di una stella. si intendeva un buon auspicio, un buon presagio, ma non ci sarà molta differenza se noi lo interpretiamo come desiderio – e ricerca – del proprio astro, il più luminoso, quello che ci fa stare bene.

esiste una costellazione rappresentata da due stelle; ne possiede, in realtà, un piccolo sistema, ma le principali e le più visibili sono due. il cane minore appartiene alla famiglia di orione ed è visibile nel nostro emisfero nei mesi invernali, guardando verso nord. le sue stelle principali sono gomeisa e procione, che è un nome buffo ma è una delle stelle più brillanti del nostro cielo, insieme alle più famose sirio e aldebaran. ed ecco la sorpresa, l’equilibrio inatteso: scopriamo che procione, come alcune altre stelle della sua costellazione, appartiene a sua volta a un sistema binario. una nana bianca gli gira intorno e ogni 40 anni le è così vicina da poterlo baciare.

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exit

(in una giornata di vento)

il gabbiano affrontava la corrente d’aria con tutte le sue forze, disperatamente. sotto di lui le onde abbracciavano le barriere artificiali come dita su una tastiera. lui le sorvolava risalendo il vento. lo cavalcava, ne veniva sbalzato, entrava in stallo. si riprendeva. si riprendeva e tornava in stallo.

un momento prima sembrava precipitare e schiantarsi contro la schiuma, un momento dopo, ad ali tese, in uno sforzo sovrumano, ritrovava l’equilibrio.

(ci si consola sempre)

lo guardavo cocciuto andare contro il vento. cosa mai diavolo lo spingeva ad andare contro la corrente, con tutta quella fatica, anziché dalla corrente farsi trasportare? cosa mai diavolo gli faceva decidere di andare contro quella forza che lui non sapeva spiegare? cosa gli diceva che era giusto contrapporsi?

exit. il mio blog inizia da qui.

[febbraio 2009]

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incontro

sentirsi al sicuro. potersi dire ancora figlia: incommensurabile, onnipotente, illimitata. permettersi il riposo, lasciare andare i pensieri. arrendersi, dolce, in una conca, in utero accogliente. lasciar decidere mamma e papà.

passiamo i primi venti anni della nostra vita a voler andare via di casa e tutti gli altri a cercare di tornarci. 

capita anche che una voce torni a sorriderci dal passato e getti un piccolo cono di luce nel buio della memoria.

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andrà tutto bene


ho preso l’idea da una insegna semplicissima che ho visto questa estate tra le botteghe della rassegna “dall’etna al gran sasso”, nel centro storico del mio paese adottivo, città sant’angelo.

una scritta ancora più semplice, in corsivo, bianco su legno, era dolce come una preghiera.

“andrò tutto bene”, diceva.

stavo per comprare l’insegna, poi ho pensato anzi no, la faccio da sola. poi ho pensato anzi no, la coloro col bambino.

andrà tutto bene

e così l’abbiamo disegnata, colorata e messa sul frigo.

poi è successo che la frase si è impossessata di me.

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