il nuovo

mi aveva detto che i fiorellini dello stelo reciso di curcuma non si sarebbero aperti. che spreco, ho risposto, che fuochi d’artificio sarebbero stati. l’ho preso lo stesso.

dopo dieci giorni alcuni petali non sono più croccanti; la punta di diverse foglie è avvizzita. è quasi un fiore da sostituire, un’amicizia che si sfrangia, un amore che comincia a dubitare. 

ho guardato meglio e quell’affidarsi che mi era stato detto impossibile era invece realtà: un bocciolo era affacciato dal suo alveolo con fiducia ignorante.

io lo guardavo e dovevo decidere se tenerlo o buttarlo. lui mi guardava e non immaginava che stessi definendo la sua vita e la sua morte.

praticamente ero dio.

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come un incantesimo

ho sempre pensato che il papavero fosse un fiore molto simbolico e vanesio. dicevo guarda come spicca in mezzo al campo, eppure se lo cogli ti imbroglia: non profuma, non regge il passaggio nel vaso, anzi quasi non si regge da solo.

si impettisce in mezzo alla paglia, sembra dirti guardami, prendi me prendi me e invece poi è un bluff, si sfalda.

la settimana scorsa ho comprato un lilium per il tavolo della mia cucina. bianco, l’ho preso. “tolgo il pistillo?”, mi ha chiesto la fioraia. ho fatto lasciare il pistillo. “il pistillo sporca”, mi ha avvisato. ma non sapevo che seminasse una specie di polvere sui suoi stessi petali, quelli tanto bianchi da dargli il nome.

il lilium si contamina da solo. è come se le lacrime che piangiamo ci segnassero tutto il viso.

il male germina da noi stessi, mi sono detta, e non possiamo farci niente.

“questo fiore dura”, mi è stato detto. e in effetti per diversi giorni la sua bellezza è stata piena e coraggiosa, eretta e fiera. si è anche dischiusa la terza corolla e il lilium è rimasto gonfio e orgoglioso al centro del mio tavolo.

poi ha ceduto di colpo.

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siamo tornati

e insomma al cinema c’è questo spot all star per la campagna #SoloAlCinema che viene trasmesso alla fine delle pubblicità, con questi due ragazzi che vanno al cinema (appunto) e incontrano i più noti attori e registi italiani a fare la fila, a passare lo straccio, a strappare il biglietto, proiettare il film. i due ragazzi sono piuttosto buffi mentre sgranano gli occhi e non ci possono credere di avere davanti pierfrancesco favino, elio germano o giulia michelini.

vederli lì tutti insieme fa bene anche a te che li guardi, perché insieme ai loro visi ti passano davanti agli occhi tutti i film in cui li hai visti e in cui a volte ti sei rivista anche tu, e pensi a quando gli ingressi e le uscite non erano segnalati dai separatori, l’unico problema di una stanza piena di gente era il troppo caldo, la sola prenotazione che non potevi dimenticare era al ristorante il sabato sera. pensi alle persone con cui hai visto un loro film, a quelle con cui ne hai parlato o alle citazioni che hai riproposto negli anni e ti sembra di aver percorso una distanza astrale.

e insomma alla fine arriva vittoria puccini che accompagna i ragazzi a sedere e lui le chiede ma che succede? e lei:

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cose senza importanza

ogni tanto, di sera, per un odore o un movimento che mi coglie di nascosto, io sono per un attimo altrove.

è una notte d’estate di due o tre anni fa e cammino per il corso di giulianova tra gli stand del mercatino. spingo il passeggino e c’è mia madre, con me. c’è calca: a tratti una delle due resta indietro, poi raggiunge l’altra. mi fermo da un produttore d’olio, compro una bottiglia piccola “per assaggiare”.

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un confronto con wilkie collins

la mia seconda novità editoriale 2020 è viva in carta e inchiostro e il suo cuoricino batte nel seno della tout court edizioni. la seconda traduzione di cui mi sono occupata nella prima parte dell’anno è acquistabile! la consulenza editoriale è affidata a dario pontuale, la prefazione ad alberto iapichino.

si tratta di quattro racconti di wilkie collins che sono stati raccolti in “the black cottage”. se vi piacciono arthur conan doyle, robert louis stevenson o edgar allan poe, vi piacerà anche la sua narrativa, così gotica e non priva di ironia.

i racconti risalgono al periodo che va dal 1857-87 e contengono mistero, inquietudine e rock’n’roll.

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i miei nonostante

ero rimasta indietro, ho dovuto seguire la celebrazione da fuori la chiesa.  alcuni chiacchieravano, c’era chi rispondeva al cellulare; di altoparlanti esterni nessuna traccia. la messa me la sarei dovuta inventare.

in più, una diavolo di sirena miagolava da non so dove, vicinissima, ogni dodici o tredici secondi.

ogni dodici. tredici. secondi.

adesso me ne vado, ho pensato.

non mi bastava il brusio della comunità adorante. avevo bisogno di parole di sollievo, nuove chiavi di lettura, verità sconvolgenti che illuminassero il cammino. invece non riuscivo a sentire niente e ho pensato: adesso me ne vado.

meow meow meow.

ho iniziato a contare i secondi mentre cercavo il filo del discorso, qualche frase da carpire.

meow meow meow.

dieci, undici, dodici.

meow meow meow.

sette, otto… dodici, tredici.

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