worn out

worn out, logorato, e mentre lo pronunci già ti sgonfi, ti afflosci, ti trovi esautorata. arrivi worn out alla fine di maggio, il mese che fa rima con viaggio, di quelli che le strade sono così tortuose che ti sembra di stare dentro la tua testa. arrivi worn out in fondo a un pensiero che hai rimuginato masticato deglutito ma mai digerito, infatti risale e tu ti ritrovi a ruminare il tuo stesso bolo.

c’era una volta una bambina che aveva un sorriso grande. poi ha messo l’apparecchio ai denti e ha tagliato i capelli a caschetto. da quell’anno, riferisce sua madre, ha iniziato a sorridere solo con le labbra, in linea sottile.

il sorriso grande non è ancora tornato, con la linea sottile la bambina ci lega i dubbi per non farli viaggiare troppo davanti agli occhi. che poi, è tanto affidabile, quello che si vede con gli occhi? non dovremmo credere di più a quello che intuiamo?

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intatto preservi il figlio

per riemergere dallo tsunami di dolore di ieri, oggi cerchiamo un ceppo a cui aggrapparci. stiamo iniziando a razionalizzare.

la disgrazia capitata all’asilo de l’aquila ha dato forma alle nostre paure più atroci. un genitore che nasce, vede germogliare in sè la paura della morte. inizia un corpo a corpo con lei che – lo capisci solo quando il genitore sei tu – durerà per tutta la vita.

di tuo figlio controlli il sonno, il respiro durante il sonno, la posizione, e il cuscino che sia piatto. visite regolari dal pediatra, prima quello pubblico, poi quello a pagamento, poi lo specialista, impari la disostruzione infantile. i prodotti per il corpo, i più naturali possibile, e che il cibo sia possibilmente locale, artigianale magari.

una mamma era arrabbiata con suo figlio adolescente che aveva deciso di farsi il tatuaggio, “con tutta la fatica che ho fatto per tenere la sua pelle intatta”.

e intatto preservi il figlio, controlli tutto affinché non te lo rovinino, certo al parco può cadere, certo sì le mani in bocca, si farà gli anticorpi, ma le parolacce no, dammi la mano mentre attraversiamo la strada, fermati quando ti dico di fermarti, stai vicino a me e non ti muovere.

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il contrappeso

ultimamente mi trovo a chiedere ad alexa di ascoltare i depeche mode. lancio la richiesta come un lazo o un incantesimo, con noncuranza, mentre attraverso la sala con una bacinella piena di panni o metto la pentola sul fuoco. 
sono subito negli anni novanta. mi trovo nella stanza di julia durante lo scambio classi a worms e penso a una cotta lontana. poi c’è la mia compagna di banco, il nostro rigore, il bisogno di decodificare gli altri. il mio abito per il diciottesimo, lo scialle nero. gli album edizione speciale, i programmi per seguire il tour in italia, beati voi che i vostri genitori vi lasciano andare, io non provo nemmeno a chiedere.
i depeche mode sono abisso e sensualità, riscatto e condanna. sono finitudine e infinito, spirito e viscere.
ma dov’ero, io, nei depeche mode? mi sono chiesta in questi giorni. perché li sto ascoltando? dove sono, nei depeche mode?

non ci sono. non ci sono mai stata.

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8 marzo

si è creata una coincidenza buffa con le mie letture. ho finito ieri di ascoltare “niente di vero” di veronica raimo, ho iniziato oggi “dalla parte di lei” di alba de cespedes. il primo è un libro appena uscito, il secondo lo voglio leggere da almeno due mesi. la coincidenza buffa è che entrambi sono scritti in prima persona, ed entrambi iniziano con il racconto di una presenza ingombrante. il fratello.

una coincidenza che trovo ancora più buffa è che alba de cespedes, che sto amando, viene inserita nel filone di autrici italiane considerate protofemministe ma apparentemente passate di moda. lo trovo buffo perché è per caso che l’ho iniziato proprio oggi, #8marzo (non ditelo a maristella lippolis, perché in teoria dovrei raccontare il libro dopodomani al gdl della primo moroni), e perché oggi a scuola tutti mi fanno gli auguri. un prof ha portato i cioccolatini e ogni volta che qualcuno vede una donna le fa gli auguri. gli uomini alle donne, le donne alle donne, si fanno gli auguri. sono persino spuntate fuori ffp2 gialle. io penso ad alba de cespedes, a laudomia bonanni, ad anais nin, a simone de beauvoir, poi al filone della letteratura afroamericana, e ancora al nuovo filone della letteratura sui nativi americani. minoranze, minoranze, minoranze.

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il nuovo

mi aveva detto che i fiorellini dello stelo reciso di curcuma non si sarebbero aperti. che spreco, ho risposto, che fuochi d’artificio sarebbero stati. l’ho preso lo stesso.

dopo dieci giorni alcuni petali non sono più croccanti; la punta di diverse foglie è avvizzita. è quasi un fiore da sostituire, un’amicizia che si sfrangia, un amore che comincia a dubitare. 

ho guardato meglio e quell’affidarsi che mi era stato detto impossibile era invece realtà: un bocciolo era affacciato dal suo alveolo con fiducia ignorante.

io lo guardavo e dovevo decidere se tenerlo o buttarlo. lui mi guardava e non immaginava che stessi definendo la sua vita e la sua morte.

praticamente ero dio.

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come un incantesimo

ho sempre pensato che il papavero fosse un fiore molto simbolico e vanesio. dicevo guarda come spicca in mezzo al campo, eppure se lo cogli ti imbroglia: non profuma, non regge il passaggio nel vaso, anzi quasi non si regge da solo.

si impettisce in mezzo alla paglia, sembra dirti guardami, prendi me prendi me e invece poi è un bluff, si sfalda.

la settimana scorsa ho comprato un lilium per il tavolo della mia cucina. bianco, l’ho preso. “tolgo il pistillo?”, mi ha chiesto la fioraia. ho fatto lasciare il pistillo. “il pistillo sporca”, mi ha avvisato. ma non sapevo che seminasse una specie di polvere sui suoi stessi petali, quelli tanto bianchi da dargli il nome.

il lilium si contamina da solo. è come se le lacrime che piangiamo ci segnassero tutto il viso.

il male germina da noi stessi, mi sono detta, e non possiamo farci niente.

“questo fiore dura”, mi è stato detto. e in effetti per diversi giorni la sua bellezza è stata piena e coraggiosa, eretta e fiera. si è anche dischiusa la terza corolla e il lilium è rimasto gonfio e orgoglioso al centro del mio tavolo.

poi ha ceduto di colpo.

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