la stanza del fratello

the gods may throw the dice,
their minds as cold as ice.
and someone way down here,
loses someone dear. (abba)

immergo le mani nel dolore degli altri, ruvida e sgraziata come un elefante in un negozio di cristalli. per sentire l’odore inimmaginabile del lutto, quello profondo, interno, che non si vede. il colore viola del senso di colpa, della mancanza; la morsa vera e impietosa dell’assenza.
scopro che a pescara c’è questa associazione che ascolta i genitori che perdono figli. una ex insegnante di inglese con la laurea in psicologia fa da psicoterapeuta gratis (dando naturalmente fastidio a chi questo lavoro lo fa per vivere). di fronte alla perdita improvvisa è difficile ricordarsi di lavarsi e di mangiare, figurarsi prendere la decisione di farsi curare, e da un male, poi, che non guarirà mai, perchè si chiama dolore. è così che siamo fatti noi: ci vuole tempo per guardare un problema in faccia, dargli un nome e chiedere a qualcuno di aiutarci a metabolizzarlo.
quello che resta a tormentarci l’anima, è quell’ultimo saluto che ci è venuto a mancare.

ma metabolizzare non significa dimenticare. significa circoscrivere il dolore, non permettergli di infettare quello che è rimasto vivo. perchè quando perdiamo qualcuno siamo troppo impregnati del senso di quello che non è stato, di quello che avrebbe potuto essere e di quello che non sarà; tanto impregnati che non riconosciamo più l’odore di quello che invece è, potrà ancora essere, sarà. quando ci riduciamo a gomitoli neri fermi su una sedia, il cui l’unico scopo è lasciarsi morire o anzi no, dormire, dormire, dormire, perchè così almeno nel sogno ci si può ritrovare, quando non ci interessa più che giorno è che stagione è, invece lì tocca reagire. perchè chi è intorno a noi, specie se sono figli rimasti vivi, di noi ha bisogno. e se già un fratello vivo può essere ingombrante e scatenare una serie di meccanismi di competizione, di emulazione, di ostilità, attenzione che non lo sia anche da morto. accettare, accettare la realtà, accettare che lui non c’è più ma che ci sono gli altri figli, gli altri famigliari da amare. trovare il coraggio di liberare la sua stanza, di non trasformarla in un simulacro, ricordarsi il valore di chi è vivo, non morire insieme a chi non c’è più – perchè comunque non c’è scampo, non lo possiamo più salvare – ma vivere accanto, e per chi, è ancora vivo.
sopravvivere al primo anno, al primo anniversario, perchè è lì che il figlio torna a morire, solo che stavolta le autodifese si sono abbassate e il dolore ci coglie lucidi e inermi, come se tutto accadesse di nuovo e nulla fosse cambiato, mentre una cosa invece cambiata lo è: gli altri figli hanno un anno in più, forse anche qualche ricordo in meno, e non possono essere ancora a lungo il fratello o la sorella di. hanno bisogno di essere loro stessi.
tutto questo non me lo sono inventata, me lo ha detto la dottoressa e lo ribadisce nell’articolo che oggi è uscito sul tempo.

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scrivo, amo, vivo
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