dell’arbitraria assenza

spettacolo surreale, innaturale, gonfio d’indicibile è una madre che seppellisce suo figlio. l’aria si carica di dolore, rabbia, impotenza, e come una pistola a salve sparerà via qualcosa che non c’è mai stato.
s’ingravida di sconfitta, male, senso di colpa (il senso di colpa, dio, tu ci hai creato per provare sensi di colpa) il tempo che si raccoglie intorno a questa assenza improvvisa, arbitraria, immobile. mi rintronano in testa le domande di una madre che non si darà mai più pace e finchè vivrà si chiederà cos’ho fatto io, cosa non ho fatto, cosa avrei dovuto fare, cos’altro avrei dovuto fare dio, figlio mio, cos’altro, cos’altro avrei dovuto ancora fare, cosa non ho saputo insegnargli, cosa non ha saputo imparare.
e noi ci abbeveriamo a questo spettacolo di dolore, con i nostri giudizi e i nostri pregiudizi e le bocche sporche di luoghi comuni che insudiciano tutto di una stolida, stolida realtà. attingiamo a piene mani dai colori spenti di chi non dorme da 48 ore e forse mai più dormirà, ci immergiamo senza remore negli occhi ottusi di lacrime che vorrebbero solo chiudersi, chiudersi per sempre, non hanno altri motivi per voler guardare ancora un mondo vuoto, e stringiamo le mani e ci abbracciamo con le braccia e con le parole, perchè siamo custoditi dal salvifico conforto che, quando tutto questo finirà, saremo liberi, noi, di tornare alle nostre normali, sicure, scandite, piene, controllabili piccole vite.

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