adelaide

l’avrei chiamata adelaide. è stata di passaggio: un tempo brevissimo, appena venti giorni. non ho fatto in tempo a sentire il suo battito, a scoprire il suo profilo, sentirla camminare in pancia.

un giorno sono stata incinta e un altro giorno, semplicemente, non lo sono stata più. è accaduto nel tempo ovattato della quarantena, quando tutto era immobile e misterioso, impronunciabile. siamo stati messi in sospensione e così anche lei. è stata un frullio d’ali, che non fai in tempo a girarti che sei già sola.

non-c’è-battito, mi è stato detto. avevo gli occhi sgranati e non sapevo cosa provare. non-c’è-battito io lo avevo già scritto, raccontato, ma era una storia da cui ero scappata, rientrava tra gli accadimenti possibili ma per fortuna evitati. era una storia capitata agli altri, che aveva appena sfiorato me.

appena uscita dallo studio medico mi sono tolta il ciondolo della voce degli angeli, quello che avevo indossato per buona sorte, bandiera, segnale. non meritavo più quel riconoscimento, ero un’usurpratrice: l’ho sfilato come si sfila una corona.

ho pianto? sì. ho impiegato più di un mese a pronunciare il suo nome. eppure adelaide è arrivata e andata via appena percepita. era nascosta nell’olio di mandorla, nei piccoli riti a base di acido folico e magnesio, nel bicarbonato con cui avevo ricominciato a lavare le verdure e nello spazio concesso al riposo. è stata nei due chili presi senza che lo chiedessi, nei sogni che ho fatto di cuccioli in fuga, nell’app che ho scaricato per battere il tempo.

è stata acquattata nei “chissà se potrò”, “chissà che farò”, “chissà come andrà”. chissà a cosa rinuncerò.

adelaide è stata un cambiamento di stato, da miracolo a sangue.

dovevo lasciarla andare. mi avrebbero aiutata in ospedale. è capitato che l’ho fatto, invece, spontaneamente, il giorno prima, nell’intimità della nostra casa, con suo padre e suo fratello nell’altra stanza.

era il giorno della festa della mamma.

ho in mente tanti motivi per non raccontare questa storia. quasi ogni donna ha perso almeno un bambino. la scienza riderebbe di me, le mamme che hanno partorito figli morti mi insulterebbero.

ci sono bambini che, semplicemente, cessano di esistere. quando meno ce lo aspettiamo se ne vanno e ci trasformano in bare sbagliate, imperfette, che probabilmente non hanno fatto abbastanza.

mi è stato consigliato di dedicarle una messa, una pratica che confina con la superstizione. come te la saresti immaginata? dalle un nome. femmina, l’ho pensata da subito, non so bene perché.

l’idea della messa mi ha spinto verso casa. ho pianto nel grembo di mia madre, ho cercato le amicizie più care, sono tornata nella chiesa che mi ha cresciuta. ho trovato nel parroco un uomo accogliente e comprensivo, dotato di empatia e supervista: si è trovato davanti a un fagotto insanguinato e ha iniziato a cercarne, imperturbabile, i tagli.

l’ho salutata il 21 di giugno, per caso solstizio d’estate.

in quei giorni ho iniziato un percorso di riflessione che va avanti a piccoli passi, che continua a cercare e a pulire quei tagli.

questo è il motivo perché io non solo racconti questa storia, ma lo faccia senza sotterfugi o giochi di prestigio. non scelgo la penombra del tramonto ma la luce spaccata del mezzogiorno. molti miei amici la verranno a conoscere con questo post, che spero li avvicini alla comprensione.

racconto questa storia perché ho pianto più forte quando mi sono resa conto che questo morto era solo mio. era un fantasma che non aveva toccato la vita di nessuno, perché nessuno lo aveva visto passare. ci sono persone che convivono con fratelli o sorelle mai nati, mamme che si tatuano un palloncino per conservarne la memoria. la mia storia personale mi ha già educata al culto dell’assenza, eppure non so ancora fino a quale grado mi spingerò questa volta.

forse questo è già il primo passo: raccontare una storia aiuta a renderla reale. il mio morto può adesso essere anche il vostro morto, il suo passaggio muto può diventare un fruscìo.

dire addio è doloroso, ma non poterlo fare ammala.

adelaide avrebbe avuto otto lettere, come il mio nome. secondo la cultura cinese l’8 simboleggia l’infinito. adesso lei lo è.

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Informazioni su Cristina Mosca

scrivo, amo, vivo
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