preghiera

la prima volta che ho guardato dio negli occhi ero all’asilo. nelle belle stagioni ci veniva permesso di giocare nel giardino posteriore, che aveva, in un angolo, un abete altissimo. era davvero un abete altissimo. ricordo che ne rimanevo spesso in contemplazione, da ovunque fossi seduta, io minuscola, lui monumentale. mi mettevo sempre in un punto da cui potessi guardarlo per intero, fino a quella cima fragile e sottile che ogni tanto oscillava un poco. con la fantasia ci dialogavo, gli ponevo domande, a volte gli indirizzavo le mie preghiere, i miei desideri, fino a quando non mi veniva il capogiro a forza di stare con il naso all’insù.

le mie madeleine sono i miei dizionari, che conservano l’odore degli anni novanta. li ho portati tutti con me, insieme al ricordo della mia camera da adolescente e la fatica delle ricerche assetate, china per ore sulla scrivania, i capelli raccolti goffamente con una pinza, disordinata come un’archeologa immersa nel suo scavo. poi ogni tanto alzavo gli occhi e li spingevo fino alle cime più lontane delle colline che vedevo dalla finestra.
mi è ancora dolce prendere tempo per una nuova ricerca, un nuovo affondo; scegliere uno dei volti nascosti dietro poche sillabe, salutare gli altri significati, dire tornerò presto.

cerca il cielo ogni sguardo che mi porta fuori da un luogo chiuso: è il mio ricongiungimento personale a qualcosa lasciato ad aspettare momentaneamente fuori, dalla vita e dai pensieri. è la mia gratitudine per esserci sempre, ancora. sorrido con gli occhi socchiusi, come fanno i gatti quando accolgono il sole sul capo, e formulo i miei desideri: essere obbediente; orientarmi tra gli abbracci rimasti aperti, inconclusi, monchi; farmi forza anche quando arriva un colpo di vento.

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Informazioni su Cristina Mosca

scrivo, amo, vivo
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