l’errore*

Il bidello spinse le due piccole sedie in modo che gli schienali fossero contro il muro. Francesca le guardò dal fondo del corridoio e si chiese quale fosse destinata a lei e quale ad Alessandra. Si guardò le scarpe nere lucide e i calzini con lo sbuffo; li odiava, ma la mamma le aveva insegnato che era quello il modo di vestirsi nelle occasioni importanti. Le aule erano state svuotate e tutti i bambini e le bambine erano schierati in fila per due, raggruppati per classi; nei loro grembiuli neri sembravano delle lavagne puntellate di fiocchi azzurri e rosa.

Finalmente qualcuno fece il suo nome. Attraversò il corridoio senza incespicare, fu aiutata dalla maestra a salire sulla sedia di sinistra, Alessandra su quella di destra. Aveva con sé il foglio con la preghiera di San Francesco e vi si aggrappò come se fosse stato il bordo di una piscina. Guardò i suoi compagni di scuola: da così in alto sembravano proprio una pozza di acqua sporca, e lei era su un trampolino.

Dov’è odio, ch’io porti l’amore.
Dov’è offesa, ch’io porti il perdono.

Per nulla al mondo avrebbe distolto gli occhi dal foglio: non avrebbe incontrato quelle decine di sguardi che probabilmente disprezzavano i suoi fermaglietti, i suoi occhiali spessi, e le scarpe lucide delle grandi occasioni.

Dov’èdd… dov’è risc… dov’è …

Il silenzio in cui risuonò il suo garbuglio le pesò come una punizione. Sentì fruscii, un mormorio lievissimo. Forse la maestra, da dietro il foglio, la stava incoraggiando con gli occhi; ma gli altri bambini, loro no; stavano indubbiamente ridacchiando senza suono, rannicchiandosi nelle spalle e coprendosi la bocca, magari indicandola, indicando quei maledetti calzini con lo sbuffo. Mara e Sonia, ne era certa, stavano pensando che così imparava a essere la preferita; a essere quella che si esponeva; quella che voleva fare bella figura.

Dov’è…

Fissò lo sguardo sulla sua grafia. Le scappava la pipì. Aveva caldo, troppo caldo: gli occhiali si appannarono. Non osò allentare il fiocco, avrebbe perso la presa sul foglio. Si concentrò sul suo respiro. Pensò a un posto sicuro, a quando aveva copiato la preghiera sul foglio, nella sua cameretta, e alle colline che la guardavano serene dalla finestra. Pensò alla bicicletta senza rotelle, ai crystal ball che non le venivano ma poi sì, ai pastelli che le scappavano dai contorni ma poi no. Pensò a quella volta in cui sua madre bruciò il ciambellone per il suo compleanno e ne fece un altro subito dopo, buonissimo.

Prese fiato.

Dov’è discordia, ch’io porti l’unione.

*Testo nato all’interno della Penelope Story Lab 2020.

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Informazioni su Cristina Mosca

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